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Oggi vi propongo una riflessione su emozioni e apprendimento. Come formatore, mi interessa molto porre l’accento su questa correlazione, e mi chiedo: apprendimento sistemico ed emozioni, quale incontro possibile?
Se le emozioni le vediamo da un punto di vista funzionale possiamo dire che ci sono luoghi convenienti per poterle mostrare e che ci sono specifici episodi di relazione interpersonale in cui è possibile agirle e parlarne.
“Mostrare emozioni”, sto usando mostrare invece di provare, perché lavoriamo con quel che “ci viene mostrato” dall’altro, formando o cliente che sia. E poi, perché mostrare è relazionale in quanto implica sempre un qualcun altro presente, davanti a noi o in una nostra conversazione interna.
Rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, sono emozioni legate a manifestazioni corporee a noi comuni e familiari, abbiamo poi emozioni intellettuali, ad esempio la speranza o la creatività in cui mancano i sintomi/segnali corporei, comunemente considerati tipici di prototipi emozionali.
Possiamo pensare che la cosiddetta “neutralità” sia una di queste esperienze emotive? E “la curiosità”? E “l’irriverenza”? Io penso che sia proprio così: utilizzare l’esperienza di emozioni all’interno del percorso formativo al counselling, o alla mediazione familiare ambito in sistemico relazionale facilita e accompagna l’armonizzare delle conoscenze teoriche, pratiche e professionali.
E su questo la prima connessione che mi viene in mente è: quanto fare counselling o mediazione familiare rimanda e richiama il discorso di armonizzare, rendendo emotivamente e cognitivamente accettabile, le rappresentazioni sociali del cliente, della famiglia, del counsellor, del mediatore: cosa sta accadendo? cosa stiamo cambiando? Sono domande guida sia quando insegno sia quando opero come professionista sistemico. Nel fare questo mi trovo a confrontarmi con un’interessante polarità: da un lato ho, come professionista sistemico, molte teorie e idee sulle emozioni, quindi un’apertura straordinaria di storie possibili; dall’altra parte ho il valore del limite di rimanere coerente a un determinato modello di pensiero, di condotta e teoria di riferimento e anche di campo specifico d’azione.
Penso che il parlare delle emozioni intellettuali quali la creatività sia un modo di tentare di trovare delle strade di risposta. Non c’è creatività spontanea perché la creatività la possiamo vedere come parte del processo di negoziazione di azione – significati in corso all’interno della relazione formativa esplicata a più livelli: relazione tra formatore-formandi, e tra i membri del gruppo in formazione. Creatività come capacità di saper costruire cornici in cui le cose possano accadere, essere esperite, essere descritte in modo diverso. Apprendere un metodo che mi permette di connettere i contenuti in diverse forme. Certo è che la creatività ha anche bisogno di momenti di gioco in cui si possano sperimentare le strade e le soluzioni più audaci e coraggiose.
Sviluppare consapevolezza rispetto alle emozioni intellettuali non è un semplice processo individuale, per queste ragioni si suol dire che l’apprendimento non avviene in gruppo ma attraverso il gruppo in formazione.

Giusi Parisi