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Facciamo un esperimento. Andiamo su Google e digitiamo “libri sulle emozioni”. Risultato: pagine e pagine di titoli. Fin qui nulla di strano. Quello che invece desta stupore è che tutti, o quasi, siano libri rivolti ai bambini. Colorati e accattivanti, pieni di mostriciattoli, bambini e animali in copertina. Come se questo fosse un argomento dedicato ai più piccoli. Che i bambini vivano con maggiore intensità le emozioni è vero e questo è dovuto ai tempi fisiologici dello sviluppo cerebrale dell’essere umano, che dalla nascita fino almeno ai tre anni ha come emisfero dominante quello destro. Emozioni, creatività, immaginazione, linguaggio non verbale, intuito: all’emisfero destro spettano queste attività, mentre il pensiero razionale, la logica, il linguaggio verbale, la capacità di analisi sono presieduti dall’emisfero sinistro, che inizia a maturare a partire dai diciotto mesi. Che gli adulti si trovino in difficoltà a decifrare questo fascio di emozioni è un altro dato di fatto. La domanda che ci facciamo a questo punto è: a chi servono questi libri? Davvero al bambino per comprendere razionalmente una sua emozione o all’adulto perché sente di non avere sufficienti risorse per accogliere le emozioni dei bambini?

Proviamo ad analizzare la cosa in ottica sistemica. Partiamo dalle nostre premesse (di adulti) e mettiamoci in gioco. Perché prima di pensare ai bambini – ma lo stesso vale per il partner, gli amici, i parenti, i colleghi –, potrebbe essere utile porsi due domande in più su noi stessi, perché dalle risposte che ci daremo dipenderà la danza della relazione che intratterremo con l’altra persona, qualunque sia la sua età. E domandiamoci allora: che cos’è per me un’emozione? Quanto spazio ha nella mia vita questa parola? Proviamo a metterci in ascolto di noi mentre parliamo e facciamoci caso: quando raccontiamo un fatto, lo connotiamo anche emotivamente? Riconosciamo le emozioni che proviamo e le facciamo esistere, nominandole? E una volta che le abbiamo fatte uscire, che cosa ne facciamo? Le accogliamo o le respingiamo? Viviamo quelle emozioni come risorsa o come un fastidio se non una vergogna?

Culturalmente non tutte le emozioni sono benvenute. Ci sono delle emozioni permesse e delle altre proibite e quelle permesse lo sono in genere quando il loro gradiente di intensità è sufficientemente regolato. È accettabile la gioia, ma già con la felicità facciamo fatica. È accettabile il nervoso, ma non la rabbia. Le emozioni vanno temperate, perché ci hanno sempre insegnato che così si deve e perché nelle manifestazioni delle emozioni altrui, se così non fosse, faremmo più fatica a stare. Pensiamo alle lacrime: ci legittimiamo le lacrime o le tratteniamo? E come stiamo quando vediamo le lacrime degli altri?

Emozione viene dal latino “e-movere”: fare uscire. In questa idea di movimento abita l’esatto contrario dell’opinione che spesso abbiamo delle emozioni: un blocco. Di quelle negative soprattutto, ma non solo: pensiamo all’innamoramento e a quanto poco “ragionevoli” ci possa rendere. “Sarà innamorato”, diciamo magari del collega poco performante. Le emozioni sono parte dell’essere umano e sono una fonte di conoscenza potentissima. Ci fanno muovere verso territori della conoscenza diversi da quelli che la ragione può raggiungere, ma non per questo di meno valore. Sono le nostre parti bambine, nel senso di quelle più antiche e infatti si sviluppano per prime nella persona. Tutti noi proviamo emozioni e allora perché ci crea tanto sconvolgimento l’emozione dell’altra persona? Che le emozioni vadano addomesticate, è vero. Anche loro devono stare in società. Quello che però si può fare è non imbavagliarle subito e soprattutto accoglierle, per quelle che sono, concedendo loro libertà di espressione, anche perché se non lo facciamo non se ne vanno, solo si spostano, si nascondono, si raggomitolano, restano senza che noi abbiamo preso coscienza di loro. Poi accade che nella relazione, magari con un bambino, risvegliano cose che noi non riusciamo a spiegarci.

Ecco allora che prima di lavorare con le emozioni degli altri, varrebbe la pena iniziare da noi. E allora proviamo intanto a fare questo: a metterci in ascolto di noi, prendere carta e penna e vedere quante volte parliamo di emozione e come lo facciamo. E poi ascoltiamo gli altri, quanto parlano di emozione e che emozioni i loro discorsi destano in noi. Esercitiamoci. Il risultato, forse, ci sorprenderà. Ci porremo delle domande, ci daremo qualche risposta e forse avremo meno bisogno di certi libri colorati.

Eleonora Grandi