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Noi non siamo in alcun modo i capitani della nostra anima.

Verso un’ecologia della mente

G. Bateson

 

Durante un seminario del mio percorso di formazione in counselling sistemico sentii parlare per la prima volta di “finalità cosciente” per Bateson e mi sentii da subito emotivamente sedotta da un concetto che, di fatto, non riuscivo “coscientemente” a cogliere in tutto il suo spessore.

Dalle pagine di Verso un’ecologia della mente[1] compresi, poco dopo, che si trattava di un concetto portante della riflessione batesoniana.

Quello che Bateson mi paresse suggerire è che una pura razionalità, finalizzata al raggiungimento di uno scopo e sottratta ad una contaminazione emotiva creativa, nega all’uomo la possibilità di accedere a quei livelli di significato necessari ad una trasformazione gratificante delle esperienze. E questo mi parve, da subito, riguardare molto da vicino ogni cosa, soprattutto quelle di cui, da qualche tempo, mi stavo occupando.

Da alcuni anni avevo scelto di contribuire alla gestione del conflitto fuori dalle aule di tribunale, come mediatrice e non più come avvocato. Ero spinta da una profonda convinzione: le dinamiche comunicative ed interattive ammesse dalla logica processuale attribuiscono rilevanza solo a segmenti di storie precisi, selezionati nella logica dell’esito del processo e sottratti a qualsiasi contaminazione emotiva e di significato.

Il conflitto il più delle volte non è realmente superabile all’interno dei tribunali per un motivo che a me è apparso fin troppo semplice. La sua gestione processuale è delegata a voci e sguardi diversi da quelli che lo hanno generato ed è raccontato nella logica assottigliata di finalità coscienti, appunto, proiettate unicamente su un esito processuale e in-comunicanti.

Mi sono invece innamorata della mediazione quando ho iniziato a percepirla come potenziale cornice di scambio diretto e reale di significati, dove i conflitti divengono opportunità per definire, a vari livelli, nuovi e più evoluti equilibri di relazione. Uno strumento orientato a sfidare modalità “comunicative” unilaterali (dominanti) che rispondono e, inevitabilmente, alimentano la logica di finalità coscienti, per loro stessa natura, isolate e per questo sterili.

Quando poi, qualche anno fa, iniziai a progettare un percorso che portasse la logica della mediazione nelle scuole, sentii di non poter in alcun modo prescindere dalla considerazione delle dinamiche comunicative e relazionali più diffuse fra i ragazzi.

Imparare a gestire direttamente i conflitti di cui si è parte significa, infatti, allenarsi alla respons-abilità dei propri scambi non solo verbali ma anche e primariamente emotivi.

Significa sviluppare attenzione per il valore circolare di quello che si dice e che si ascolta, tenendo presente che un dialogo non è somma, ma fusione e, per fortuna, interferenza di linguaggi, modalità espressive, ritmi di scambio e, innanzitutto, di sguardi.

In questo senso, l’essermi occupata di comunicazione processuale ed extraprocessuale, lo stare in questa differenza, mi ha dato modo di riscontrare quanto la ripresa di un contatto visivo e comunicativo diretto fra le persone coinvolte in un conflitto, agevoli realmente un coinvolgimento umano differente e accresca, così, le probabilità di una risoluzione funzionale, anche in ottica futura, del problema.

Eppure.

Eppure le interazioni attuali si sono spostate prevalentemente sul canale dello scritto, tramite l’uso dilagante di aree (e-mail, sms, chat, social network,..) che prescindono dallo sguardo e che azzerano toni e ritmi di espressione, affidando lo “scambio” alle parole digitate sugli schermi.

D’altronde, i vantaggi offerti da una comunicazione virtuale, anche solo in termini di comodità e rapidità di trasmissione di un messaggio, sono preziosi. Le distanze spaziali si annullano a costi diffusamente sostenibili, si può attingere ad una gamma infinita di informazioni e condividerle in pochi istanti, ci si può virtualmente proiettare davanti a contesti irraggiungibili e accomunare persone distanti in un unico spazio di discussione.

Ma qualsiasi assolutizzazione, anche quella di un vantaggio, diventa rischio di non saper alzare lo sguardo e di perdere di vista il valore dello sfondo.

Per questo penso a Bateson e mi domando.

Mi domando quali domande avrebbe rivolto ai tanti ragazzi che oggi crescono sempre più sottratti, anche a seguito di questa lunga pandemia, ad uno scambio “vivo”, e la cui cornice dominante è invece sempre più spesso uno schermo finalizzato, in cui la componente emotiva e creativa sono innegabilmente sacrificate: le dinamiche di costante connessione virtuale, infatti, assottigliano sempre di più non la possibilità di provare emozioni, ma la possibilità di metterle in connessione, di contaminare pensieri e sentimenti, modellare le esperienze, sostenere le relazioni.

Le famose emoticon sono riproduzioni stilizzate delle principali espressioni facciali umane che esprimono un’emozione. È paradossale il fatto che il nome nasca dall’accostamento delle parole “emotion” e “icon” per indicare proprio un’icona che racchiude in forma codificata una dimensione fluida e relazionale come quella emotiva (!).

In effetti, le “faccine” non bastano a meta-comunicare, accennando in maniera solo generica (e spesso innegabilmente equivoca o fittizia) agli intenti espressivi sottesi. E inutile dire che un messaggio deprivato della proprie potenzialità di connessione emotiva sfocia in un paradosso della comunicazione, perché pretende quell’assolutezza di senso che è propria solo di chi a comunicare non è realmente disposto.

Chiaramente se non c’è meta-comunicazione non c’è neanche spazio perché dentro ai sistemi (famiglie, scuola, gruppi di vario genere) si instaurino quelle connessioni creative capaci di promuoverne scambi interni efficaci e gratificanti.

Aumentano però, inevitabilmente, le percezioni personali di isolamento e le difficoltà di relazione, con una conflittualità (latente e manifesta) accumulata all’angolo degli schermi, e non gestita, perché di fatto sottratta ad una trasformazione emotiva.

Dimenticare il valore di una connessione emotiva, significa, d’altronde, negare la possibilità che un sistema così connesso esplichi, poi, lo stesso potere autocorrettivo che secondo Bateson gli è proprio, anche rispetto a quei conflitti la cui insorgenza è, prima di tutto, opportunità per la relazione di sfidarsi e saldarsi su livelli differenti.

In altre parole, quello di cui, alla luce della mia esperienza mi sono convinta, è che minori sono i contesti di contaminazione emotiva, minore è la probabilità che i conflitti (naturalmente) insorti possano essere trasformati in opportunità di evoluzione relazionale.

Per questo, leggere e rileggere Bateson mi convince sempre di più di quanto resti fondamentale stimolare i ragazzi a non smettere di sperimentare la bellezza della contaminazione emotiva dei significati, delle esperienze, dell’Altro. Quella contaminazione che infrange la solitudine delle parole statiche, pensate e scritte, una volta per tutte, troppo lontano da chi può, in senso lato, sentirle.

E mi convince di quanto sia importante incitare chi cresce non a credere, ma a sentire con gli occhi e le emozioni, che ci si può connettere non solo alle distanze spaziali ma a quelle umane e non solo ai profili ma alle diverse prospettive.

Ricordare loro (perché ci possa essere a nostra volta ricordato) che insieme ad un mondo che evolve rapido nei suoi strumenti, esiste, da sempre, un’umanità che, parimenti, cammina sulla propria interiore evoluzione.  E che, per questo, non può più rimandare di alzare lo sguardo dagli schermi per tornare ad alimentarsi di sé e co-costruire così, anche un po’incoscientemente, le proprie umane finalità.

 

E in quest’ottica, buona estate di ri-contaminazione emotiva a tutti NOI!

ci VEDIAMO a settembre!

Francesca Deias

 

[1] Mente e finalità cosciente, in Verso un’ecologia della mente, pagg. 184-186 e pag. 465 e ss., Adelphi ed., 2013